15 Gennaio 2021

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di: Lavoriamoxmilanoconsala

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Categorie: Blog

Milano 2026 policentrica e verde: una piattaforma di innovazione sociale e tecnologica

Di Marco Bentivogli

Mobilità sostenibilevitalità dei quartieri, inclusione, infrastrutture efficienti attorno al cuore lavoro.

Il nuovo lavoro restituisca lo spazio vitale.

La trasformazione del lavoro è irreversibile. Sono inutili e spesso dannosi tutti i tentativi di narrare il lavoro con le vecchie categorie del ‘900. Sono nocivi, al contempo, per lavoratori e imprese, i tentativi di regolare e normare il lavoro partendo dal vecchio lavoro sempre più in dissolvenza.

Accompagnare ed esplodere le grandi opportunità che si aprono aiuta a contrastare i nuovi rischi e le fragilità che in tutte le trasformazioni vanno governate.

Il vecchio lavoro ha compresso la dimensione umana, l’ha dirottata, sprecata verso modelli organizzativi e lavori a bassa umanità.

Per questo si apre una fase straordinaria in cui Progettisti e Architetti del lavoro (Workitect) devono avere un ruolo straordinario. 

Ridisegnare gli spazi del lavoro e le città aiutano a liberare il lavoro e a ripensare in maniera efficace ai tempi di vita e del lavoro. 

Dopo la pandemia, non sarà sufficiente superare le misure restrittive per la rivitalizzazione delle città. Bisognerà ripensare le città stesse. Le città policentriche non sono una opportunità ma una necessità urgente. Le città sono cambiate centinaia di volte, oggi sono sempre meno il luogo delle opportunità perché sono inquinate, intasate, invivibili. Le città tradiscono con troppa facilità la loro moderna vocazione di essere hub della cultura, dell’educazione, del lavoro, della socialità. 

Chi abita nei centri storici, generalmente ha tra gli altri, un diritto aggiuntivo: avere scuola, lavoro, insomma il proprio quotidiano nello spazio di 15 minuti a piedi (o in bicicletta) dalla propria abitazione. Chi vive così non può capire la vita dei milioni di pendolari quotidiani italia. Pensate chi arriva tutte le mattine o dalla Valtellina a Milano. Auto privata, treno o pullman, altro mezzo pubblico e la sera si ritorna al contrario.  Una città ritorna centrale se è hub per le aree interne senza favorire il pendolarismo.

Pensate una città in cui, tutti o quasi, abbiano la prerogativa dei 15 minuti, anche nella periferia nelle aree interne.

È ora di ripensare gli spazi, i tempi e la vita delle città perché tornino a essere luogo di libertà

Il combinato disposto da elezioni amministrative e necessità di diffondere lo smart working apre finalmente un dibattito che da molto tempo doveva essere affrontato Le città hanno rappresentato il luogo delle opportunità, occasione di conquista di libertà. In che misura lo sono ancora? Come difendere l’organizzazione, la mobilità, i tempi delle metropoli di oggi?

Con qualche fatica stiamo riuscendo a capire in modo diffuso che la grande trasformazione digitale sta scongelando i due pilastri del lavoro: il tempo (orari) e lo spazio (i luoghi). Come si può pensare di lasciare immutato il territorio, le città di fronte a questi cambiamenti epocali? Come si fa a non considerare sbagliato il disequilibrio di una città se genera la propria economia con un pendolarismo inutile che la intasa, la sovraccarica, la inquina?

Il servo della gleba non poteva allontanarsi dalla terra che coltivava, né essere allontanato. Da qui è nato il detto tedesco “StadtLuft macht frei”, cioè “l’aria della città rende liberi”. Libertà che come ci ricorda Giuseppe Lupo nei suoi libri, era molto compressa anche nella nostra mitica civiltà contadina. Le città hanno rappresentato nei grandi processi di inurbamento il luogo delle opportunità, queste ultime come occasione di conquista di libertà. In che misura lo sono ancora?

Le metropoli che crescono sono sempre più lontane dall’Europa e più le città crescono senza una programmazione e più le disuguaglianze aumentano al loro interno e, ancor di più, tra le aree urbane e quelle rurali. Pensate che tra le zone più ricche e le più povere di San Paolo, in Brasile, ci sono 25 anni di speranza di vita di differenza.

Non a questi livelli ma ovunque le città necessitano di un grande ripensamento. Il combinato disposto da elezioni amministrative e necessità di diffondere lo smart working apre finalmente un dibattito che da molto tempo doveva essere affrontato. C’è chi teorizza l’idea che il digitale porterà al superamento delle città. Ci sono elementi che vanno a sostegno di questa tesi e altri che invece vanno contro. Più di tutto, serve qualche riflessione forse meno futuribile ma utile, nell’immediato, su come ripensare gli spazi, i tempi e la vita delle città. 

Prima ancora di occuparsi degli esercizi commerciali e dei taxi nel centro storico, bisogna ricordarsi che le loro difficoltà per lo smart working e il lockdown sono state precedute da situazioni ancora più dirompenti nelle periferie e nelle aree interne dove quegli stessi servizi sono diventati inutili per il pendolarismo quotidiano che spopola in intere aree da anni.

La rigenerazione urbana passa per la capacità di rendere meno marginali le aree interne e più vitali le periferie. Insisto: nelle periferie delle grandi città, accanto a qualche bazar cinese, sta chiudendo tutto. Servono Smart Work Hub, luoghi che aiutino le città a diventare policentriche e verdi. Luoghi dove lavorare da remoto, confortevoli, ergonomici, che consentano relazioni sociali scelte, formative, che favoriscano il coordinamento.

Accanto ai lavori non remotizzabili, questa è un’opportunità che oggi può essere estesa, grazie al digitale ad ampi strati della popolazione rivitalizzando aree che sono sempre più abbandonate e insicure perché poco più che dormitori. 

Come si fa a difendere l’organizzazione, la mobilità, i tempi delle città attuali? I cambiamenti del lavoro o si ripercuotono sul modello di sviluppo delle città, oppure si continuerà a pensare che la cattiva conciliazione del lavoro con la vita sia l’unico “modello di business” possibile per l’economia di una città. D’altronde, non è la prima volta che le città cambiano. Anche nel passato, come oggi, spesso le trasformazioni sono state rallentate o impedite da corporazioni urlanti che, pur rappresentando piccoli numeri, hanno la capacità di condizionare la politica e l’informazione più dell’intera cittadinanza. Se analizzassimo le forze che hanno impedito la cura del ferro – le infrastrutture di metropolitane e ferrovie in alcune città – capiremmo che c’è un problema di democrazia e non solo di legittimi interessi materiali.

Allo stesso tempo i luoghi di lavoro vanno ridisegnati. Le palazzine direzionali sono ancora lo scatolificio scrivanocentrico, in cui gli spazi, il piano, e i cm2 della scrivania crescono correlati alla gerarchia. Siamo ancora alla palazzina direzionale del megadirettore generale di Fantozzi. 

Vanno ripensati spazi funzionali alla generatività nel lavoro, che spingano alla socialità, al coordinamento, a preparare il lavoro di gruppo anche da remoto, a condividere le strategie. 

E’ un modo per far entrare le esigenze di “cura” nell’organizzazione aziendale. La cura della propria comunità del lavoro deve essere il cuore della strategia aziendale, specie in un lavoro in cui aumenta l’ingaggio cognitivo dei lavoratori. I linguaggi militari o da comandante della nave, ancorchè in inglese sono sempre più buffi e inutili. Bisognerà piuttosto curare la coesistenza di tempi diversi (e su questo una nuova idea dello spazio del lavoro aiuta). Il tempo dell’efficienza è rapido, senza sosta. Il tempo della cura è lento, è una sosta rigenerante, necessaria. Vanno tenuti insieme. Il significato che ognuno di noi assegna al lavoro dipende da tutti questi fattori. Ed è al contempo la forza, o meno, con cui ci si sveglia, la mattina. Se non è questa una sfida formidabile…

Milano è la sede di numerose eccellenze: per citarne alcune, la sua rete di Università, Lo Human Tecnopole, il Made, il Cefriel, un vero gioiello e quanto di più affine ai Fraunhofer. 

Non solo, c’è la Milano solidale che rappresenta una vera e propria proposta politica di innovazione sociale e di lotta a tutte le povertà. La Casa della Carità di Don Virginio Colmegna, Credito al Futuro di Don Gino Rigoldi. Una città che sa valorizzare l’arte, la memoria, la resistenza.

 La forza economica si consolida solo in una citta inclusiva, che non marginalizza le fragilità. Oggi la provincia di Milano primeggia per volumi di scambi commerciali, circa 49,7 miliardi nel 2019. Un terzo dell’export italiano è in Lombardia.

Sono i valori di una città aperta al mondo. Non solo merci, studenti, lavoratori, viaggiatori. Una smart city si costruisce sui valori dell’accoglienza e della sostenibilità. Per questo serve continuità con una classe dirigente che sappia coniugare l’utilizzo delle nuove tecnlogie: Intelligenza Artificiale, Cloud, Blockchain con una grande capacità di ripensare le architetture sociali, economiche, industriale. Non c’è sviluppo senza la costruzione di questi nuovi habitat, ecosistemi digitali basati su piattaforme di dialogo permanente tra istituzioni, sanità, istruzione, imprese, mobilità, innovazione. Milano può rappresentare sempre più una piattaforma modello se questa vitalità sarà respirabile dal centro alla periferia. Oggi abbiamo tutte le condizioni per farlo, questa sarà la nuova sfida.